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Le donne e il trucco a Pompei: le ultime scoperte – Storie di Napoli

Una delle curiosità più interessanti venute fuori dall’antica Pompei è di sicuro scoprire in che modo realizzassero il trucco le donne. Come ai tempi d’oggi, anche loro, di mattina presto, erano solite prepararsi e truccarsi per apparire nel migliore dei modi tra le strade di Pompei…
Innanzitutto, ogni nobildonna romana ripuliva il viso e lo preparava per ricevere un fondo che schiarisse la pelle (è risaputo che la carnagione bianca fosse simbolo di nobiltà). Subito dopo, le ancelle passavano una crema a base di miele e biacca, una polvere bianchissima che si forma sulle superfici di piombo e dona al viso una tinta candida. Sulle gote spolveravano poi un po’ di polvere di ematite (il blush dei giorni nostri) per dare un tocco vivace al volto. 
Poi si passava agli occhi. Come ombretto si utilizzava della cenere mista a pigmenti e il contorno degli occhi veniva realizzato con un impasto a base di nero di seppia, manganese, noccioli di datteri bruciati o formiche abbrustolite.
Le ciglia venivano incurvate con degli strumenti speciali e per accentuare la linea delle sopracciglia si utilizzava un bastoncino di carbone.
Quasi tutte le donne, a Pompei, avevano in casa uno scrigno in avorio scolpito: sono dei beauty case che contengono vasetti con creme, coppette di terracotta con ematite polverizzata, conchiglie in ambra con l’ombretto per le palpebre, unguentari, fiaschette finissime in vetro ripiene dell’impasto scuro per il contorno occhi e un lungo bastoncino per applicarlo. Ogni matrona che si rispetti, seguiva con attenzione ogni passo di questa, grazie ad un prezioso specchio di bronzo tenuto alto da una schiava. 
Poi le ancelle passavano ai capelli. Con pettini finissimi in avorio distendevano i lunghi capelli delle loro padrone, per poi fare delle trecce, che venivano attorcigliate dietro la testa come serpenti arrotolati. Anche le extension esistevano già a quei tempi e venivano aggiunte per dare volume all’acconciatura, tipica di quel periodo. 
Poi, con la calamistra (ferri riscaldati) le ancelle creavano dei boccoli ai lati delle tempie e inserivano una finissima intelaiatura ad arco ricoperta con una cascata di riccioli veri in cima alla testa della Signora. Alcune di queste acconciature potevano raggiungere le dimensioni e la forma di una mitra papale. 
Ma passiamo ora al rossetto. Indovinate un po’ qual era il colore preferito delle donne? Ovviamente il rosso, come oggi. Le possibili fonti di questo colore erano l’ocra e l’ematite. Ma le donne più ricche amavano permettersi una varietà molto più brillante e costosa di rossetto, a base di un solfuro di mercurio chiamato cinabro. Era il cosiddetto minium, da cui deriva la parola miniatura, per via del suo uso nelle piccole figure dipinte dai monaci nei manoscritti medievali. 
Considerato che il rossetto conteneva mercurio e il fondotinta chiaro era a base di biacca (e quindi contenente piombo), non si può certo dire che il trucco delle donne romane non mancasse di pericolo proprio perché entrambi i prodotti erano tossici. Non si hanno però notizie di eventuali conseguenze sulla loro salute. 
La maggior parte delle donne pompeiane indossava delle mutandine in pelle morbidissime che oggi potremmo definire moderne: erano basse e finemente lavorate, con un ricamo a maglie larghe dal disegno molto elaborato. Dato che non esistevano ancora gli elastici, si stringevano con due lacci ai fianchi, dando un tocco sensuale al look (almeno così veniva considerato ai tempi). 
Come reggiseno indossavano lo strophium, una fascia molto morbida simile ad un nastro (solitamente in tessuto o in pelle) che aveva lo scopo di schiacciare e tirare su i seni, in modo da farli apparire prosperosi, alti e sodi. In un certo qual modo, si potrebbe considerare l’antenato dell’odierno push-up. 
Successivamente, aiutate da una schiava, si infilavano una sottotunica dalle maniche lunghe (per il freddo) e la stola, un’elegante tunica, che le arrivavano fino ai piedi. Delle scarpette basse e molto elaborate spuntavano dall’orlo finemente ricamato, considerato che i tacchi ancora non esistevano in epoca romana. 
Infine, le donne romane impreziosivano l’angolo della bocca disegnando un finto neo, per dare un tocco di malizia al sorriso: a seconda di dove venivano disegnati i nei, si mandava un messaggio ogni volta diverso, seguendo il codice della seduzione… un trucco decisamente imbattibile. 
Subito dopo, impreziosivano il loro corpo con del profumo realizzato in una delle botteghe di Pompei. Come accade oggi ai profumi moderni, la boccettina che lo conteneva aveva una forma molto originale, come ad esempio una colomba a riposo. Per far uscire il profumo, si doveva spezzare la sua lunghissima coda, come si fa oggi con le fialette di medicinali. 
Come ultimo tocco, si sceglievano gioielli eleganti in base all’altezza del proprio status: ad esempio si sa che Rectina di solito indossava degli orecchini dalla forma curiosa con una moltitudine di perle e smeraldi, accompagnati da un bellissimo giracollo dalle maglie in oro estremamente elaborate, anch’esso tempestato di perle e smeraldi. 
Non potevano di certo mancare dei bellissimi bracciali a forma di serpenti e splendidi anelli alle dita. Un vezzo di tante romane era quello di indossare minuscoli anelli sulla falange delle dita: probabilmente infatti molti anellini trovati dagli archeologi non appartengono a bambine, ma piuttosto servivano ad impreziosire le estremità delle dita di tante nobildonne romane. 
Finita la complessa preparazione, tra trucco e parrucco, dopo un ultimo sguardo allo specchio, le matrone si avvolgevano in un pesante scialle di lana e attraversavano le sale e i giardini della loro dimora, pochi secondi prima che spuntassero i primi raggi di sole all’orizzonte…
Il sito ufficiale degli scavi archeologici sull’antica Roma mette a disposizione del pubblico informazioni, curiosità e la possibilità di acquistare i biglietti per qualsiasi sito. Potete trovare il link cliccando qui.

Alberto Angela, I tre giorni di Pompei, Bur, 2014
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